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CRONISTORIA
ETICA E FELICITA'
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8 Settembre
Sottomessa.

Un’enorme sala svuotata dai traslocatori.
In mezzo, una sedia.
Praticamente nell’esatto centro della sala totalmente vuota. Quelle sedie di plastica da giardino, lasciata lì per una vistosa crepa nello schienale.
Non si è mai sentita più cretina.

Nessuno fiata, ma tutti intorno sicuramente stanno pensando a cosa ci può essere di più cretino di una seggiola rotta che rimane da sola nel centro di un salone vuoto.
La tensione sale.
Vaglia, nel repertorio di incipit, qualcosa di ruvido e disincantato. Alla fine opta per un:
- E che cazzo. (timbrica a la Tom Waitz) Qualche ghignata compiacente, e quei suoni che si fanno a bocca chiusa che si possono tradurre pressappoco con: ‘aha’ oppure ‘giaggià’.
- Che fascisti, un filo di colla e saresti come nuova. Prorompe con ecccessiva enfasi il termosifone.
- Che vuoi che ti dica. E il mio punto debole da quando ero seggiolina, me lo sentivo che finivo così. Quel coglione mi stava sopra tenendomi in bilico su due gambe. Alla fine, crack. Era ovvio. Coglione. E manco si è fatto niente, lui.
- Ma sai che me lo ricordo? Certo, ho capito chi… Fa parte dei quadri.
- Non avevo dubbi. Altri risolini si spargono come rumore di ghiaia, contagiando le finestre e un paio di neon.
- Beh, parlando di quadri: hai presente l’amministratore delegato?
- Sì certo, perchè?
- Ebbene. E’ il re dei coglioni.
- Il re, il re! Boato, le tende addirittura applaudono nel vento.

L’atmosfera è completamente cambiata: visto che deve stare lì come una cretina, almeno si capisse che non era una cretina. E poi, ora che arrivavano altri inquilini, immaginava le visite delle agenzie immobiliari, i geometri per il nuovo arredamento, i muratori che ne abuseranno come alzascala, gocciolandoci latte di vernice e per finire umiliandola come stendipanni di magliette sudate. Quindi si sapesse: vilipesa sì ma non cretina.
Aspetta il momento giusto, quando è sicura che tutti avrebbero sentito la collaudata uscita:
- L’han fatto CEO perchè è bravo a gooooooooooooooooooooooooolf. Stiracchiò la “o” tenendo la bocca ad ano. Standing ovation, tripudio di foglietti sganasciati a terra.
- E’ talmente coglione che sarei più sveglia io.
- Dai, non te la prendere, in fondo quanti anni hai?
(Compatita da un termosifone?!)
- Sei. (Gelida)
- Caspita! E’ tanto, per una da esterni!
- Sì. Parecchio, in effetti. (Siderale)
- E poi non so come la pensi tu ma io nel riciclaggio ci credo. Attenzione: riciclaggio, non Discarica. Le Discariche sono istituzioni umane e fallaci, ma al di là delle specificità di ognuna a me pare che tutte abbiano un’essenza comune che è sempre la stessa: lo smaltimento a fine vita. Ma se ci pensi: non è possibile che la nostra vita scompaia così. E prima? Cosa eravamo, prima, semplice nulla? Lo sento: ci deve essere un progetto più vasto, scritto in un ISO o in qualche decreto provinciale. Insomma, credo nel riciclaggio: ci trasformeremo in altro, e poi in altro, e in altro all’infinito.
Mentre lo ascolta, a partire dalla faccenda dell’essenza comune di tutte le Discariche, comincia a elaborare un piano per prendere le distanze da quel mare di ineffabili stronzate.
Ora che il discorsetto è concluso permane in un silenzio compunto e impassibile, che dai più attenti sarebbe stato inteso come: ‘mi vergogno io della tua stupidità perchè sei troppo stupido per vergognartene da solo’.
E grasso che cola, parlando di un termosifone.
Ma poi, a ripensarci: che gli importa ormai dell’opinione della sala? E’ l’ultimo atto e, in un modo o nell’altro, avrebbe presto cambiato scena.

Che vadano tutti a farsi martellare.

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